9 marzo, Lunedì
Seconda settimana di quaresima
Siate misericordiosi (Lc 6, 36) 

“La carità non avrà mai fine”, ci ricorda san Paolo nel suo splendido inno alla carità. La carità, l’amore è eterno. Tutto è destinato a vanificarsi, tranne che la carità. Essere misericordiosi, non giudicare, non condannare, dare gratuitamente, non sono altro che vivere una vita impregnata d’amore. Gesù ci grida allora: “Ama!”. L’amore è l’essenza della vita umana, ma è anche il fondamento della vita cristiana, non c’è fede senza carità, senza amore gratuito. Non ci sarebbero altre parole per descrivere il senso della vita dei battezzati, di noi cristiani. Ricordiamo il brano degli Atti degli Apostoli, dove i cristiani delle primitive comunità ecclesiali venivano differenziati dagli altri, proprio per la capacità di amarsi reciprocamente mettendo tutto in comune, persino i beni personali di ciascuno. È questo spirito che andrebbe recuperato oggi nel mondo perché si instauri il principio dell’amore: questo spirito che la Chiesa, quindi ogni singolo cristiano, deve concretamente vivere. Il Vangelo si fonda sul principio dell’amore, che concretamente è vicinanza, attenzione, prossimità, condivisione (anche dei beni materiali), riconciliazione. In un mondo sempre più individualista e indifferente, come cristiani, a partire dai nostri ambienti quotidiani siamo chiamati a generare prossimità e carità. Senza fine. 

PREGHIERA

Ricordati, Signore, del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie.
Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.
Per il tuo nome, Signore, perdona il mio peccato anche se grande.

Salmo 24 

10 marzo, Martedì
Seconda settimana di quaresima
Non chiamate padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste (Mt 23,9) 

“Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro, che sei nei cieli, perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza.” Queste sono le parole che san Francesco d’Assisi, agli inizi della sua conversione, ripeté davanti a suo padre Pietro di Bernardone, al vescovo di Assisi e tutti gli spettatori che in quel momento assistettero alla spogliazione degli “abiti civili”. San Francesco non misconosce so padre che, a modo suo, desiderava comunque il bene di suo figlio, ma riesce a fare un salto di qualità, riconoscendo in Dio quel padre che gli propone una vita migliore, un sentiero di libertà, una vita intrisa di amore universale. L’esperienza del santo di Assisi è la traduzione perfetta di ciò che sentiamo dire oggi da Gesù nella pagina evangelica. I “padri” della terra vogliono certamente il bene de propri figli, ma è un bene che condiziona, che non va oltre certi limiti, legato ai beni della terra.  Il Padre celeste, Dio, vuole il ne dei padri e dei figli insieme, proponendo uno stile di vita più libero che sappia puntare sulle cose alte della vita, che orienti l’esistenza verso le vette più alte della montagna esistenziale. La Quaresima ci abilita a fare questo passaggio. D’altronde, siamo diretti al “passaggio”, come quello del popolo che attraversò il Mar Rosso diviso in due. Passaggio da una condizione ad un’altra, da uno stile ad un altro, da un sistema ad un altro. Come seppe fare san Francesco d’Assisi, il quale passò dal chiamare papà suo padre carnale, ad Abbà papà, Dio.

Compi un gesto di carità

PREGHIERA 

O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua.
Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.

Salmo 62 

11 marzo, Mercoledì
Seconda settimana di quaresima
Noi saliamo a Gerusalemme (Mt 20, 18) 

È la parola Croce la chiave di volta della riflessione che ci viene offerta dalla liturgia della Parola. Quella Croce che spesso rifiutiamo, facciamo fatica ad accettare, nascondiamo, evitiamo, la rimuoviamo dalla nostra fede, contemplando così, una fede senza Cristo. Una fede senza Croce è una fede senza Cristo. Il vangelo di Matteo ci racconta del terzo annuncio da parte di Gesù della sua passione: questo annuncio, naturalmente, si scontra con una mentalità di gloria; è un annuncio inaccettabile, per nulla corrispondente alla logica umana, che poco si addice a chi mette al centro se stesso e non Dio. Quante volte contempliamo, si fa per dire, un Dio senza croce. Siamo chiamati ad apprendere una logica che conduce ad avere uno stile di vita, accogliendo così la logica paradossale della Croce, che non è una condanna a morte, un peso insopportabile da accettare passivamente ma la capacità di stendere le braccia, aprirle, spalancarle in segno di apertura. La logica della croce conduce ad assumere, pian piano, uno stile di vita incentrato sull’abbraccio: chi abbraccio la Croce di Cristo, è capace di abbracciare il prossimo, di spalancare le braccia verso i fratelli e le sorelle che ci sono accanto. Dunque, non c’è vita cristiana senza la contemplazione del mistero della Croce di Gesù. La croce di Gesù non è un semplice simbolo da mostrare nelle aule scolastiche, o peggio ancora, da attaccare con tanto di oro, sul nostro collo, come fosse un ornamento. La Croce di Gesù è uno stile, un modo di vivere una proposta da accogliere, una logica da apprendere. 

PREGHIERA

Il Rosario (Corona Prayer) in famiglia alle 20,45 

12 marzo, Giovedì
Seconda settimana di quaresima
Figlio, ricordati che, nella vita,  tu hai ricevuto i tuoi beni,  e Lazzaro i suoi mali;
ma ora in  questo modo lui è consolato,  tu invece sei in mezzo ai tormenti (Lc 16, 25) 

Il ricco e il povero, l’egoista e l’accogliente, l’ingordo e il generoso. Se volessimo riassumere questa pagina evangelica, potremmo usare le prime battute del Vangelo di Matteo del capitolo 5: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”. Paradossalmente, la povertà di Lazzaro è stato il lasciapassare certo per raggiungere la beatitudine dei cieli. Di questo se ne renderà conto, troppo tardi, il ricco epulone, di cui non conosciamo nemmeno il nome. E non è una svista dell’evangelista, quanto un messaggio per ciascuno di noi: se svendiamo il nostro cuore ai piaceri della terra, all’ingordigia, al potere, all’arroganza, all’indifferenza, noi dimentichiamo pure la nostra identità, la nascondiamo per poi renderci conto troppo tardi. Accogliere il vangelo è accogliere la logica della beatitudine della povertà in spirito, che non vuol dire “sciattoneria” “trasandatezza”. La povertà è uno stile del cuore, è un modo di vivere nella gioia della condivisione, dell’amore. Chi è davvero povero secondo i parametri evangelici, è colui che è più ricco, perché è ricco di amore. Più saremo poveri nello spirito, e più saremo ricchi d’amore di gioia, di fede e di speranza.

Visita la chiesa parrocchiale

PREGHIERA

Confida nel Signore e fa' il bene; abita la terra e vivi con fede.
Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore.
Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera;
farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto.

Salmo 36

13 marzo, Venerdì
Seconda settimana di quaresima  - GIORNO DI MAGRO
C’era un padrone che piantò una vigna (Mt 21,33) 

La parabola di Gesù che racconta oggi agli scribi e ai farisei, cioè agli ostinati alla novità del messaggio di Dio, che ci orienta ancora sui passi della Croce. Gesù, con il racconto del figlio vignaiolo, sta parlando della sua tragica dine sulla Croce, sta descrivendo il suo incompreso destino. Il racconto di Gesù si rifà a quanto la prima lettura del libro della Genesi ci offre con il racconto di Giuseppe, “il signore dei sogni”. Ci sarebbe da riflettere tanto su questa definizione, e noi non lo vogliamo fare, attribuendo a Gesù questa particolare caratteristica. Gesù, dunque, il “signore dei sogni”, per questo è incompreso, rifiutato, inascoltato, deriso, ucciso. Gesù è venduto dal suo popolo, come Giuseppe dai suoi stessi fratelli, è venduto perché scomodo, indicatore di nuovi orizzonti, puntatore di nuove mete, realizzatore di inediti sogni, costruttore di nuovi progetti, restauratore di una fede asfissiata. Il padrone della vigna manda suo figlio perché ha un sogno, quello di portare insieme frutto. Dio manda il Figlio Gesù sulla terra con il sogno di vedere riunito in lui tutto l’universo, ma quei sogni vengono troncati dalla nostra indifferenza, dalla nostra incapacità di andare oltre, dai nostri pregiudizi, dalla nostra paura di cambiare, di avere una nuova visione della vita, di accogliere una proposta nuova. Quante volte ostacoliamo la costruzione dei sogni di Dio! Quante volte pecchiamo per la nostra ottusità! Quante volte, con la scusa di un eccesivo zelo spirituale, restiamo imprigionati nella trappola delle nostre ristrettezze mentali! Quante volte ci opponiamo ai cambiamenti positivi propositivi, perché ingabbiati nelle nostre personalissime convinzione, anche di fede! Dobbiamo imparare ad avere un cuore e una mente più aperti per poter accogliere i sogni di Dio e realizzarli insieme; diversamente, saremo cristiani tristi, ripiegai su sé stessi, infruttuosi, arrabbiati, frustrati. 

PREGHIERA

Il Rosario (Corona Prayer) in famiglia alle 20,45

14 marzo, Sabato
Seconda settimana di quaresima
Costui accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15, 2) 

Oggi siamo chiamati ad “entrare dentro” il mistero della misericordia di Dio per imparare a far festa, a rallegrarci per questo Dio compassionevole, accogliente, che sa attendere il nostro ritorno, che sa coltivare la speranza per la nostra conversione. Entrare dentro. Quante volte facciamo fatica ad entrare dentro la logica misericordiosa di Dio. La pagina evangelica di presenta la figura del padre misericordioso, che sa attendere sull’uscio della porta di casa, del figlio minore, che sperpera tutti i beni avuti in proprietà, e del figlio maggiore, che fa fatica ad accettare l’apertura del padre. Ed è proprio su quest’ultima figura che vogliamo riflettere quest’oggi. La conversione non riguarda soltanto il minore, quello che con pretesa chiede la sua parte di proprietà e poi se ne va in giro sperperando tutti i beni, ma la conversione coinvolge anche l’esistenza del figlio maggiore, che sebbene ligio ai suoi doveri e obbediente alla volontà paterna, si lascia catturare dall’orgoglio di non aver sbagliato, puntando così il dito sul fratello minore, e anche sulla estrema bontà del padre. Quell’ottusità lo rende incapace di fare festa, di guardare i lati positivi di suo fratello e del suo padre, impedisce di valutare la novità del cambiamento, lo inquadra nel pregiudizio per cui quel fratello minore disgraziato era e disgraziato resterà sempre. Maledetti pregiudizi! Maledetta chiusura mentale spirituale! Ce serve essere ligi al dovere, quando poi, non si è capaci di andare oltre, di captare il cambiamento in atto. Cosa serve essere ardenti nello zelo spirituale, quando poi non siamo capaci di accogliere e perdonare il “fratello minore”? che serve dire di avere fede, da non mancare mai a Messa o perché si è, per esempio, catechisti da una vita, quando poi si fa letteralmente fatica ad accettare nuove impostazioni pastorali che richiedono una conversione personale, prima che degli altri? A che pro sbandierare il proprio essere cattolico, se poi, non si è capaci di accogliere la novità dei propri pastori? Perché mai dirsi ferventi cristiani, quando non siamo per nulla capaci di metterci in discussione, non accettando di fatto di entrare nella casa del fratello minore per festeggiare la gioia del suo ritorno? 

Visita il Santuario della Madonna della Costa e fermati in preghiera 

PREGHIERA  PER LA COMUNIONE SPIRITUALE 

Gesù mio,  io credo che sei realmente presente  nel Santissimo Sacramento.
Ti amo sopra ogni cosa  e ti desidero nell' anima mia.
Poiché ora non posso riceverti  sacramentalmente,
vieni almeno spiritualmente  nel mio cuore.
Come già venuto,  io ti abbraccio e tutto mi unisco a te;
non permettere che mi abbia mai  a separare da te.
Eterno Padre, io ti offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo
in sconto dei miei peccati,
in suffragio delle anime del purgatorio  e per i bisogni della Santa Chiesa.