
CAMMINIAMO INSIEME
Giornale delle parrocchie di Caviaga e Cavenago d'Adda
Parroco: don Roberto Arcari - cell. 335 6878197
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PER RIFLETTERE…
Per me è un no!
di Alessandro D’Avenia | Corriere della Sera del 5 novembre 2018
“Non possiedo nessun talento. Non voglio crogiolarmi nell’autocommiserazione, è così. Io non ho niente da dare». È uno dei temi ricorrenti nelle lettere che ricevo dai ragazzi, ma ho scelto queste parole di una ventenne perché, in un solo doloroso giro di frase, c’è il nesso tra l’avere un talento e la possibilità di donare qualcosa. Ma la parola «talento», nella cultura della prestazione e del successo, si è profondamente trasformata. «Talento» va ormai a braccetto con show: qualcosa, anche se acerbo, da dare in pasto al pubblico. Così non si ha un talento, si è un talento: l’identità dura il tempo della ribalta. I «talent», che abbracciano tutte le età e ambiti utili all’audience, hanno riportato in auge il talento come dono da riconoscere e valorizzare. Il format infatti ha la struttura di una scuola, ma si tratta di una costruzione narrativa che riduce il talento a competizione nella quale chi non va avanti — «per me è un no!» è diventato proverbiale — deve affrontare ciò che, nella vita ordinaria, è un fallimento. Il contesto provoca quindi un cortocircuito: non ho successo, non valgo, non ho talento. Uno dei motivi dell’insoddisfazione cronica di oggi è frutto dell’immaginario della felicità come successo. Ma la vita non ha valore per la prestazione, bensì per la presenza: nulla e nessuno appare invano. I Greci definivano la verità aletheia: ciò che non rimane nascosto e deve venire alla luce. Il successo però si concentra sulle luci (della ribalta), non su ciò che viene alla luce. I talent di fatto forzano il tempo necessario per lavorare sul proprio dono: infatti il talento si coltiva, il successo si produce. Ed è per questo che molti «successi», spesso esplosi con i talent, con il tempo (a volte bastano pochi mesi) tornano a un amaro silenzio, perché non nati da ciò che merita di venire alla luce, ma su un consenso abbagliato e abbagliante. Aveva talento da vendere o per vendere?
Originariamente però la parola talento indicava la bilancia e per estensione un’unità di misura di peso/valore dell’oro. E perché allora la usiamo tutti i giorni? È diventata proverbiale grazie alla parabola di Cristo raccolta da Matteo nel suo Vangelo. Una delle cose che più mi colpisce della nostra cultura, nata dall’incrocio di Atene e Gerusalemme, è l’ignoranza dei Vangeli, eppure basterebbero sei ore a leggerli.
Diceva Borges, nelle sue lezioni americane, che, credenti o no (lui non lo era), le tre storie meglio raccontate al mondo sono Iliade, Odissea e Vangelo, e proprio in quest’ultimo trovava la perfezione del racconto epico. Sì, Borges dice «poema epico», perché è il genere in cui l’uomo si confronta con il destino. Nei Vangeli si trova un’arte di vivere che non ha nulla a che vedere con lo smorto sentimentalismo e citazionismo a cui sono spesso ridotti. Una delle cause è nella lettura che ne diede Nietzsche ravvisando nel cristianesimo proprio il contrario dell’epos: le dimissioni dalla vita terrena a favore di quella ultraterrena. Eppure chi legge davvero il Vangelo non trova un invito a ritirarsi dalla vita, ma una sfida: a differenza degli «straordinari» eroi omerici, trova l’epica dell’uomo «ordinario», perché eroica è ogni vita, perché anche la più nascosta deve venire alla luce. Lo mostra proprio la parabola «dei talenti». Parabola (da «lanciare attorno» e da cui il nostro «parola») è un racconto che prova a definire qualcosa di così denso che si può farlo solo con il linguaggio metaforico, e in questo caso il tema scottante è il giudizio divino. Comincia così: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni». Il creato è affidato all’uomo: non è proprietario, ma custode, non è padrone, ma al servizio. Il padrone parte, la fiducia nell’uomo è totale: una certa «assenza» di Dio è buona, garantisce la nostra libertà. Tornerà, ma nel frattempo la sua presenza è nei beni. L’epica comincia a emergere: la vita dell’uomo è responsabilità (rispondere all’inatteso) e protagonismo (combattere in prima linea). Il racconto infatti continua così: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». Il passo è decisivo: i talenti non coincidono con le capacità, ma sono dei beni affidati in base ad esse. Le capacità sono il frutto del grande gioco di libertà umana e necessità del cosmo (scelte, genetica, ambiente), e la base di ogni benedetta differenza. «Ha le capacità ma non si applica» è il ritornello che ha descritto migliaia di alunni. Ma quali capacità? A questo deve saper rispondere l’educatore: se non lo ha chiaro non può educare a coltivare i talenti. Nella parabola il padrone li affida in base alle capacità, a ciascuno viene dato il massimo. La capacità di un boccale di birra è diversa da quella di un bicchiere da liquore, ma se vengono colmati sono pieni entrambi. I talenti sono quindi «tutta la vita» che possiamo ricevere in base alla nostra «capacità».
Ai tempi di Cristo un talento era una cifra esorbitante: 35 chili d’oro (oggi 1,2 milioni di euro). Questo significa che a ciascuno viene affidato qualcosa di grandioso, né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità e nel rispetto delle differenze: un dono inatteso che chiama all’avventura. Così i talenti rendono alcuni servi gli eroi della storia: «Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone». O ci si impegna da protagonisti per ampliare la vita che ci tocca o la si sotterra. Sappiamo come finisce: il padrone torna «dopo molto tempo» (la durata della vita) e premia chi ha moltiplicato: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Chi ha saputo ampliare una piccola parte del patrimonio della vita lo riceve tutto intero: diventa padrone. Invece l’antieroe si giustifica: «Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Ha sprecato la vita per paura, le sue capacità sono rimaste inattive, e resta un servo: «Servo malvagio e pigro, avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così l’avrei ritirato con gli interessi.
Toglietegli il talento, e il fannullone gettatelo fuori nelle tenebre». Il pigro non prende posizione, sotterra la vita, che gli viene tolta perché non l’ha mai vissuta: «Questi sciagurati che mai non fur vivi», così Dante chiama gli ignavi, coloro che, indifferenti a tutto, sono morti in vita.
Il talento è allora la vita stessa nel suo darsi: l’uomo è vivo se rimane aperto, riceve tutta la vita che può e la moltiplica. Come? Attraverso la creatività, dote di tutti gli artisti del quotidiano: siamo fatti per creare con la materia che riceviamo. Tanto che possiamo adattare a ciascuno le parole di Dostoevskij sul poeta: «Non è lui il vero creatore, bensì la vita, la possente sostanza della vita, l’autentico Dio vivente, che concentra la forza e la varietà della sua potenza creativa, perlopiù in un cuore generoso, cosicché se si può dire che non è il poeta stesso l’autentico creatore tuttavia la sua anima è indubbiamente la miniera che crea il diamante». Creare ha infatti la stessa radice di crescere: crea chi fa crescere la vita, cioè chi ama. I talenti di un docente sono le vite degli alunni: da ricevere e moltiplicare, non sotterrare. I talenti di un padre sono i figli, il talento di un marito è la moglie. Il talento di un artista è un dolore da trasformare in bellezza. Insomma il talento è tutto ciò che riceviamo ogni giorno, sta a noi decidere se diventare protagonisti (accettare e moltiplicare) o indifferenti (sotterrare). Inoltre i talenti, mentre proviamo ad accrescerli, fanno crescere le nostre capacità: se accresci, cresci. Continua infatti Dostoevskij: «Dopo si ha la seconda fase dell’intervento del poeta, dopo aver trovato il diamante, lo rifinisce alla perfezione (qui la sua parte è quasi solo quella di un gioielliere)». Più mi impegno per le vite degli alunni (tanti talenti quanti nomi) più le mie capacità educative crescono, divento l’eroe di un poema quotidiano: servire la vita senza essere servo, anzi uscendo dalla condizione servile proprio grazie al patrimonio che mi viene affidato. Ed è una gioia!
Il letto da rifare oggi è restituire al talento il significato ricettivo, ridimensionando quello prestazionale alimentato dall’io frammentato che si aggrappa a ciò che sembra dargli consistenza. Mente chi dice di non avere talenti: è un talento il lunedì, un amico, un film, persino un dolore o una crisi, perché tutto è vitale. Vivere non è ingabbiare la vita in schemi e pretese, ma scegliere che posizione prendere rispetto a ciò che ci viene incontro: ricevere e moltiplicare, rischiando, o sotterrare per paura o comodità. «Adesso so che posizione prendere», così scriveva nel suo Diario Etty Hillesum, ebrea, innamorata del Vangelo di Matteo, morta in campo di concentramento, e si chiedeva: «Sono già abbastanza avanti da dire: spero di andare al campo per essere di appoggio alle ragazze di sedici anni che ci vanno? Per rassicurare i genitori: non siate inquieti, io vigilerò sui vostri figli. In fondo il nostro unico dovere è dissodare in noi stessi vaste aree di pace, per irraggiarle sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato». Cara ragazza della lettera, c’è sempre qualcosa di cui essere ricchi e da dare: il segreto è rimanere aperti per riceverlo, ogni giorno, e prender posizione per moltiplicarlo, costi quel che costi. Solo così, nel poema di ogni vita, tutto diventa vero, tutto viene alla luce.
Sei un peccatore? Allora vai da Maria, perché lei sa qualcosa dell’amarezza della tua anima. Maria sa cosa significhi per un’anima essere priva di Gesù, poiché perdendolo per tre giorni ha meritato di diventare il Rifugio dei peccatori. Proprio in quel momento stava meritando quell’onore. Non sarebbe stata donata ai peccatori se non ci fosse stata una crocifissione; e non ci sarebbe stata crocifissione senza peccato; né ci sarebbe mai stato peccato senza un peccatore; e dove sono i peccatori, là siamo noi. Maria, pertanto, deve a noi, in quanto peccatori, la dignità del suo titolo.
(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)
Domenica 6 febbraio
V del Tempo Ordinario anno C – Giornata per la vita
Ore 9.30 CAVENAGO: Santa Messa pro populo per i ragazzi e le loro famiglie (cui seguirà l’incontro di catechesi alle 10.20).
Ore 10.45 CAVENAGO: S. Messa (al termine benedizione alle mamme in attesa di un figlio)
Int…………………………..
Ore 15.30 CAVENAGO: Santo Battesimo di Belloni Riccardo
Ore 17.00 CAVENAGO: Vespro
Ore 17.30 CAVENAGO: S. Messa
Int. Corrù Alessandro; Donati Teresa; Biffi Enrico e Flora; Agnelli Mario, Grecchi Luigia; Lazzari Nino e coniugi Doldi; Def. Fam. Perini, Quaranta, Scarabellati, Longari, Filini; Foletti Pasquale e Rosa.
Lunedì 7 gennaio
Ore 16.00 CAVENAGO: S. Messa
Int. Per tutti i Combattenti e Reduci (f. c. dalla sezione); Foletti Luigi, Zighetti Giuseppa; Maria Cavallanti.
Martedì 8 febbraio
Ore 8.30 SANTUARIO: pulizie del Santuario (chi vuole dare una mano è il benvenuto)
Ore 14.30 CAVENAGO: corso di cucito in Oratorio (aperto a tutti coloro che vogliono imparare e che vogliono passare un pomeriggio insieme)
Ore 15.30 CAVENAGO: Incontro di catechesi ragazzi/e di seconda media
Ore 16.00 CAVIAGA: S. Messa (presso centro “Il Sole”):
Int. Donati Lorenzo; Bianchini Piero (anniv.)
Mercoledì 9 febbraio
Ore 15-15.55 CAVENAGO: ADORAZIONE EUCARISTICA per le Vocazioni Sacerdotali
(a chi compie almeno 30 minuti di Adorazione Eucaristica, è concessa l’Indulgenza Plenaria)
Ore 16.00 CAVENAGO: S. Messa
Int. Def. Fam. Foletti Pietro, Parati-Vagni, famiglie Miragoli, Balbi; Corrù Pino (anniv.).
Giovedì 10 febbraio
Memoria di Santa Scolastica
Ore 9 - 10 CAVENAGO: Lodi e ADORAZIONE EUCARISTICA per le Vocazioni Sacerdotali
(a chi compie almeno 30 minuti di Adorazione Eucaristica, è concessa l’Indulgenza Plenaria)
Ore 10 CAVENAGO: S. Messa
Int. Felloni Rosanna; Maria Baldo, Occhiato Salvatore e Francesco.
Venerdì 11 febbraio
Beata Vergine Maria di Lourdes
Ore 10.00 CAVENAGO: S. Messa e Benedizione Eucaristica lourdiana
Int. Defunti famiglia Guerini; Leggeri Luciano, Cavallanti Giovanna e Maria.
Ore 16.00 SANTUARIO: preghiera del S. Rosario per gli ammalati (in diretta streaming sulla pagina Facebook dell’Azione Cattolica di Cavenago)
Ore 20.45 SANTUARIO: S. Messa (in particolare per chi lavora o studia)
Int. Ad onore della Madonna della Costa;
Sabato 12 febbraio
Ore 9.00 SANTUARIO: S. Messa
Int. Def. Samarati Bassano; Pro vivis: per una persona.
Ore 15-16 CAVENAGO: Tempo per le Confessioni
Ore 17.00 CAVIAGA: S. Messa pro prefestiva
Int. Barbati Silvio e Doldi Pasqua; Gazzola Giacomo, Giuseppina, Antonia, Alberto e Luisa.
LA SANTA MESSA PREFESTIVA DELLE ORE 20.30 A CAVENAGO È SOSPESA.
Domenica 13 febbraio
VI del Tempo Ordinario anno C
Ore 9.30 CAVENAGO: Santa Messa pro populo per i ragazzi e le loro famiglie (cui seguirà l’incontro di catechesi alle 10.20).
Ore 10.45 CAVENAGO: S. Messa
Int. Grossi Gabriele; Rancati Margherita, Sordi Gian Mario e Roberto.
Ore 17.00 CAVENAGO: Vespro
Ore 17.30 CAVENAGO: S. Messa
Int. Forti Maria De Pieri; Zighetti Tina; Cavenaghi Valter; Bonizzoni Agostino, Def. Fam. Sampellegrini e Vailati; Bianchini Pietro.
Ore 18.30 CAVENAGO: Incontro catechesi 2 ͣ - 5 ͣ sup.
CARITAS PARROCCHIALE
Gli alimenti di cui abbiamo bisogno sono: PASTA, BISCOTTI SECCHI, TONNO E LEGUMI IN SCATOLA, ecc….
Grazie a chi potrà e vorrà aiutare! I cesti per la raccolta si trovano sia in chiesa a Caviaga che a Cavenago.
OFFERTE RICEVUTE
Pro Parrocchia di Cavenago: in ricordo di Gaetano Corrù le Insegnanti e Collaboratrici della Scuola primaria di Credera 100 €; N.N. 50 €; una famiglia si autotassa mensilmente: 100 €;
per i lavori: N.N. 30 €; N.N. 10 €; N.N. 1.000 €
Ad onore della Madonna della Costa: N.N. 50 €; N.N. 50 €;
Pro Parrocchia di Caviaga: dalla cassettina presso la panetteria 10 €; per il restauro delle statue di Maria Immacolata e di Gesù Bambino: N.N. 5 € ;
Pro Bollettino: N.N. 30 €;
CASSETTINE DI AVVENTO dei gruppi di catechesi
Sono state consegnate, ad oggi, una decina di cassettine, tra personali e di gruppo, l’importo raccolto è stato di: 277,60 € interamente devoluto al Gruppo Missionario Parrocchiale per sostenere i progetti in terra di missione.
Grazie alla persona benefattrice di Cavenago che ha donato alle Parrocchie dei libretti per la pia pratica dei primi venerdì del mese, in onore del Sacro Cuore di Gesù (chi volesse i libretti li può trovare nelle chiese); grazie a chi ha donato l’acqua in bottiglia per il Bar Oratorio;
ESEQUIE
Nei giorni scorsi sono tornati alla Casa del Padre, Maria Cavallanti e Roberto Sordi di Cavenago; mentre eleviamo preghiere di suffragio per le loro anime, porgiamo ai familiari e a quanti li hanno conosciuti, le nostre condoglianze.
SERVIZIO BAR ORATORIO
Chi volesse dare una mano nei turni di assistenza in Oratorio, può contattare il Parroco. L’Oratorio apre tutti i pomeriggi dalle 16.30 alle 18.30. e le sere del venerdì – sabato dalle 21.15 alle 23.
Grazie alle famiglie che scelgono di passare qualche ora durante la settimana in Oratorio.
PREGHIERA ALLA BEATA VERGINE MARIA
O Maria, Tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza.
Noi ci affidiamo a Te, Salute dei malati,
che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù,
mantenendo ferma la tua fede.
Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno
e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea,
possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova.
Aiutaci, Madre del Divino Amore,
a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù,
che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.
Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.
(Papa Francesco)
“Viaggio a Lourdes”, il libro del medico che si è convertito ed è diventato un Premio Nobel
Di Dolors Massot - pubblicato il 12/02/21 sul sito Aleteia
Alexis Carrel voleva mostrare che i miracoli di Lourdes erano falsi. Salì su un treno di pellegrini malati e... In “Viaggio a Lourdes” racconta il suo processo di conversione
“La locomotiva fischiò”. Così inizia il libro di Alexis Carrel, un giovane medico francese di 30 anni che nel luglio 1903 voleva verificare con i propri occhi cosa accadesse nel santuario di Lourdes, convinto che i miracoli non fossero autentici. Carrel non credeva in Dio, solo nella ragione.
Il medico decise di salire su un treno di pellegrini malati sostituendo uno dei suoi colleghi, e lì iniziò a osservare tutto con l’attenzione di uno scienziato che prende appunti sul suo taccuino. Sul treno viaggiavano 300 malati.
Anni dopo apparve “Viaggio a Lourdes”, un breve racconto autobiografico di quello che era accaduto: la sua conversione alla fede cattolica. Carrel era il protagonista della storia, ma scrisse in terza persona e si chiamò dottor Lerrac (le lettere del suo cognome al contrario).
Il Carrel agnostico e scettico si guardava intorno: “Il treno si fermò prima di entrare nella stazione di Lourdes. I finestrini si riempirono di volti pallidi, estatici, felici, in un saluto alla terra promessa, dove avrebbero dovuto scomparire tutti i mali… Un grande desiderio di speranza nasceva da questi sentimenti, da quell’angoscia e da quell’amore”.
Quando i pellegrini giunsero all’Ospedale di Nostra Signora Addolorata, a Lourdes, il dottor Boissarie propose a Carrel-Lerrac la visita a una malata in particolare:
“Alle due e mezza devo esaminare Marie Ferrand, la ragazza malata di peritonite tubercolosa di cui ti ho parlato, le cui condizioni continuano ad aggravarsi. Se si riprende sarà un piccolo miracolo. Vieni a vederla con me”.
Marie Ferrand in realtà era Marie Bailly. “Apparve”, scrisse, “il corpo indebolito di Marie Ferrand, con le costole che sporgevano dalla pelle e il ventre gonfio… Era la forma classica di peritonite tubercolosa”. Egli stesso lo riferì dettagliatamente al suo collega: “Si trova all’ultimo grado della cachessia. Il cuore batte senza ordine. Osserva la sua magrezza e il colore del volto e delle dita. Morirà presto. Può vivere forse qualche altro giorno, ma è condannata”.
L’infermiera che accompagnava il pellegrinaggio chiese se potevano portare Marie a una delle piscine in cui si immergevano i malati, ma Carrel-Lerrac risposte:
“E se muore lungo il percorso cosa farà lei?”
Lerrac andò a fare una passeggiata per vedere i malati nelle piscine e la grotta di Lourdes.
Visto che non la potevano immergere in una piscina, versarono tre brocche di acqua di Lourdes sul ventre di Marie e la portarono alla grotta sulla barella. Lerrac andò di nuovo a vederla e si trovò di fronte a una grande sorpresa: “Lo sguardo di Lerrac si posò su Marie Ferrand, e gli sembrò che il suo aspetto fosse cambiato. Si sarebbe detto che i riflessi lividi del suo volto erano scomparsi e che la sua cute era meno pallida. Sono allucinato, si disse. È un fenomeno psicologico interessante, e forse sarebbe necessario prenderne nota”.
Da quel momento Lerrac non perse di vista Marie, e verificò che in pochi minuti la giovane migliorava repentinamente.
“Come si sente?”, chiese.
“Molto bene. Senza grandi forze, ma sento di essere guarita”.
“Lerrac”, scrisse, “non parlava e non pensava. Quel fatto inaspettato era in contraddizione con tutte le sue previsioni, al punto che gli sembrava di sognare”.
La sua conversione
Alle tre del mattino, Carrel andò alla grotta di Lourdes. Marie aveva preso un bicchiere di latte e l’aveva digerito bene, e poteva sedersi sul letto tranquillamente. Il dolore era scomparso, e il polso, prima irregolare, aveva recuperato la normalità. La moribonda ora stava bene.
Di fronte all’immagine della Madonna di Lourdes, nella grotta, Lerrac si sedette su una sedia vicino a un anziano contadino, e gli uscì dal cuore questa preghiera:
“Vergine Santa, soccorso dei disgraziati che ti implorano umilmente, salvami. Credo in te, che hai voluto rispondere ai miei dubbi con un grande miracolo. Non lo comprendo e ancora dubito, ma il mio grande desiderio e l’oggetto supremo di tutte le mie aspirazioni è ora credere, credere in modo appassionato e cieco senza discutere né criticare mai più. Il tuo nome è più bello del sole del mattino. Accoglie l’inquieto peccatore, che con il cuore turbato e la fronte solcata dalle rughe si agita, rincorrendo le chimere. Sotto i profondi e duri consigli del mio orgoglio intellettuale giace, disgraziatamente ancora affogato, un sogno, il più seducente di tutti i sogni: quello di credere in te e di amarti come ti amano i monaci dall’animo puro…”
Carrel ricorda che “ha avuto l’impressione che grazie alla mano della Vergine avesse raggiunto la certezza, e ha creduto perfino di sentire la sua dolcezza ammirevole e pacificatrice in un modo così profondo che, senza la minima inquietudine, ha allontanato la minaccia di un ritorno al dubbio”.
La conversione di Carrel – miracolosa quanto la guarigione di Marie Bailly – si era ormai verificata.
Il rifiuto dei colleghi
La notizia percorse tutta la Francia, e il tono anticlericale della comunità scientifica del suo Paese fece sì che Alexis Carrel venisse disprezzato e denigrato.
Per il giovane medico, che aveva riconosciuto pubblicamente di essersi convertito e che questo non rappresentava un danno al suo lavoro scientifico, giunse una tappa di incomprensione e sofferenza. In Francia non gli era più possibile trovare lavoro.
Stati Uniti e Premio Nobel
Ma quel dolore non era il punto finale della sua storia. Cercando lavoro, il dottor Carrel ebbe la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti per effettuare ricerche all’Istituto Rockefeller. Nove anni dopo la sua conversione a Lourdes, Alexis Carrel ricevette il Premio Nobel per la Medicina “come riconoscimento del suo lavoro circa la sutura vascolare e il trapianto di vasi sanguigni e di organi”.
Il dottor Carrel è morto a Parigi nel novembre 1944.
Come ha spiegato il sacerdote che lo ha assistito nei suoi ultimi momenti, si è confessato, ha fatto la Comunione, ha ricevuto l’unzione dei malati e ha detto: “Voglio credere e credo a tutto ciò che la Chiesa cattolica vuole che crediamo, e in questo non ho alcuna difficoltà, perché non trovo nulla che sia in opposizione reale con i dati certi della scienza”.
In “Viaggio a Lourdes”, grazie ai testi inediti messi a disposizione dalla vedova, si raccoglie il racconto autobiografico della conversione di Carrel, unito a frammenti del suo diario e a “meditazioni”, nelle quali emerge lo stretto rapporto che il medico vedeva tra scienza e fede.
Il 25 marzo 1944, ad esempio, poco prima di morire, scriveva: “Alla mistica cristiana bisogna dare l’armatura della scienza dell’uomo”.
La storia di Alexis Carrel continua a sorprendere tutti, credenti e non credenti, e il suo libro è un testo eccellente per chi vuole avvicinarsi con sincerità di cuore a ciò che accade a Lourdes.
Fine del Bollettino Parrocchiale settimana dal 6 al 13 febbraio 2022




