In allegato i moduli di iscrizione alla catechesi e il calendario fino a dicembre.
I genitori possano scaricarli, stamparli e consegnarli a Don Roberto. 


 


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 56ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio

Cari fratelli e sorelle,

dopo aver vissuto, nell’ottobre scorso, l’esperienza vivace e feconda del Sinodo dedicato ai giovani, abbiamo da poco celebrato a Panamá la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù. Due grandi appuntamenti, che hanno permesso alla Chiesa di porgere l’orecchio alla voce dello Spirito e anche alla vita dei giovani, ai loro interrogativi, alle stanchezze che li appesantiscono e alle speranze che li abitano.

Proprio riprendendo quanto ho avuto modo di condividere con i giovani a Panamá, in questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni vorrei riflettere su come la chiamata del Signore ci rende portatori di una promessa e, nello stesso tempo, ci chiede ilcoraggio di rischiare con Lui e per Lui. Vorrei soffermarmi brevemente su questi due aspetti – la promessa e il rischio – contemplando insieme a voi la scena evangelica della chiamata dei primi discepoli presso il lago di Galilea (Mc 1,16-20).

Due coppie di fratelli – Simone e Andrea insieme a Giacomo e Giovanni – stanno svolgendo il loro lavoro quotidiano di pescatori. In questo mestiere faticoso, essi hanno imparato le leggi della natura, e qualche volta hanno dovuto sfidarle quando i venti erano contrari e le onde agitavano le barche. In certe giornate, la pesca abbondante ripagava la dura fatica, ma, altre volte, l’impegno di tutta una notte non bastava a riempire le reti e si tornava a riva stanchi e delusi.

Sono queste le situazioni ordinarie della vita, nelle quali ciascuno di noi si misura con i desideri che porta nel cuore, si impegna in attività che spera possano essere fruttuose, procede nel “mare” di molte possibilità in cerca della rotta giusta che possa appagare la sua sete di felicità. Talvolta si gode di una buona pesca, altre volte, invece, bisogna armarsi di coraggio per governare una barca sballottata dalle onde, oppure fare i conti con la frustrazione di trovarsi con le reti vuote. Come nella storia di ogni chiamata, anche in questo caso accade un incontro. Gesù cammina, vede quei pescatori e si avvicina… È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita. Così, quel giorno, presso il lago di Galilea, Gesù è andato incontro a quei pescatori, spezzando la «paralisi della normalità» (Omelia nella XXII Giornata Mondiale della Vita Consacrata, 2 febbraio 2018). E subito ha rivolto a loro una promessa: «Vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17).

La chiamata del Signore allora non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una “gabbia” o un peso che ci viene caricato addosso. Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante.

Il desiderio di Dio, infatti, è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio, non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato. Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare. Se qualche volta ci fa sperimentare una “pesca miracolosa”, è perché vuole farci scoprire che ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande, e che la vita non deve restare impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore. La vocazione, insomma, è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto.

Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta. I primi discepoli, sentendosi chiamati da Lui a prendere parte a un sogno più grande, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18). Ciò significa che per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva; ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita. In sostanza, quando siamo posti dinanzi al vasto mare della vocazione, non possiamo restare a riparare le nostre reti, sulla barca che ci dà sicurezza, ma dobbiamo fidarci della promessa del Signore. Penso anzitutto alla chiamata alla vita cristiana, che tutti riceviamo con il Battesimo e che ci ricorda come la nostra vita non sia frutto del caso, ma il dono dell’essere figli amati dal Signore, radunati nella grande famiglia della Chiesa. Proprio nella comunità ecclesiale l’esistenza cristiana nasce e si sviluppa, soprattutto grazie alla Liturgia, che ci introduce all’ascolto della Parola di Dio e alla grazia dei Sacramenti; è qui che, fin dalla tenera età, siamo avviati all’arte della preghiera e alla condivisione fraterna. Proprio perché ci genera alla vita nuova e ci porta a Cristo, la Chiesa è nostra madre; perciò, dobbiamo amarla anche quando scorgiamo sul suo volto le rughe della fragilità e del peccato, e dobbiamo contribuire a renderla sempre più bella e luminosa, perché possa essere testimonianza dell’amore di Dio nel mondo.

La vita cristiana, poi, trova la sua espressione in quelle scelte che, mentre danno una direzione precisa alla nostra navigazione, contribuiscono anche alla crescita del Regno di Dio nella società. Penso alla scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia, così come alle altre vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni, all’impegno nel campo della carità e della solidarietà, alle responsabilità sociali e politiche, e così via. Si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio.

Nell’incontro con il Signore qualcuno può sentire il fascino di una chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio ordinato. Si tratta di una scoperta che entusiasma e al tempo stesso spaventa, sentendosi chiamati a diventare “pescatori di uomini” nella barca della Chiesa attraverso un’offerta totale di sé stessi e l’impegno di un servizio fedele al Vangelo e ai fratelli. Questa scelta comporta il rischio di lasciare tutto per seguire il Signore e di consacrarsi completamente a Lui, per diventare collaboratori della sua opera. Tante resistenze interiori possono ostacolare una decisione del genere, così come in certi contesti molto secolarizzati, in cui sembra non esserci più posto per Dio e per il Vangelo, ci si può scoraggiare e cadere nella «stanchezza della speranza» (Omelia nella Messa con sacerdoti, consacrati e movimenti laicali, Panamá, 26 gennaio 2019).

Eppure, non c’è gioia più grande che rischiare la vita per il Signore! In particolare a voi, giovani, vorrei dire: non siate sordi alla chiamata del Signore! Se Egli vi chiama per questa via, non tirate i remi in barca e fidatevi di Lui. Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino.

Carissimi, non è sempre facile discernere la propria vocazione e orientare la vita nel modo giusto. Per questo, c’è bisogno di un rinnovato impegno da parte di tutta la Chiesa – sacerdoti, religiosi, animatori pastorali, educatori – perché si offrano, soprattutto ai giovani, occasioni di ascolto e di discernimento. C’è bisogno di una pastorale giovanile e vocazionale che aiuti la scoperta del progetto di Dio, specialmente attraverso la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica e l’accompagnamento spirituale. Come è emerso più volte durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Panamá, dobbiamo guardare a Maria. Anche nella storia di questa ragazza, la vocazione è stata nello stesso tempo una promessa e un rischio. La sua missione non è stata facile, eppure lei non ha permesso alla paura di prendere il sopravvento. Il suo «è stato il “sì” di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. E domando a ognuno di voi: vi sentite portatori di una promessa? Quale promessa porto nel cuore, da portare avanti? Maria, indubbiamente, avrebbe avuto una missione difficile, ma le difficoltà non erano un motivo per dire “no”. Certo che avrebbe avuto complicazioni, ma non sarebbero state le stesse complicazioni che si verificano quando la viltà ci paralizza per il fatto che non abbiamo tutto chiaro o assicurato in anticipo» (Veglia con i giovani, Panamá, 26 gennaio 2019).

In questa Giornata, ci uniamo in preghiera chiedendo al Signore di farci scoprire il suo progetto d’amore sulla nostra vita, e di donarci il coraggio di rischiare sulla strada che Egli da sempre ha pensato per noi.

Dal Vaticano, 31 gennaio 2019, Memoria di San Giovanni Bosco                                 Franciscus


 

 

30 Marzo, Lunedì
Quinta settimana di quaresima
Si chinò (Gv 8,6) 

Tutta la compassione che Gesù prova quando si imbatte davanti ad un ammalato nel corpo, la prova quando si ritrova di fronte ad un ammalato nel cuore, ad un peccatore. Bellissima l’immagine di Gesù ammutolito di fronte alla donna peccatrice. Non si lascia ammutolire dal peccato dell’adultera, ma dall’amore e dalla compassione che prova per lei, non c’è bisogno di proferire chissà quali parole. L’amore sa tacere e comprendere. E sa anche scusare il tradimento. È l’esperienza che la donna adultera fa oggi. Si ritrova gettata per terra, perché spintonata malamente dai rigoristi morali. Ma non è sola, Gesù, anch’egli, per sua spontanea volontà si china e si mette allo stesso livello dell’adultera. Non la guarda dall’alto in basso. Come fanno gli scribi e i farisei. Il Maestro di Nazareth non mette ulteriormente in difficoltà quella donna, umiliandola ancora. L’amore sa chinarsi. Si china, senza dire nulla. Così facendo, aita l’adultera a non sentirsi sola e a prendere consapevolezza del suo limite, che quello che ha dato fino a quel momento non era amore, ma sfruttamento, desiderio disordinato. Vedendosi di fronte Gesù che si china, finalmente può comprendere che cosa sia l’amore. Non è un atto fisico, come non è soddisfazione degli istinti, ma è la capacità di mettersi allo stesso livello, volontà di comprendere, maturità per fare silenzio, volontà di perdonare. È tutto questo che permette alla’mante di percepirsi amata. Oggi Gesù si china dinanzi a te. Non ti guarda dall’alto in basso, non ti giudica, non ti condanna. Ti fa sentire amato e perdonato. E lo fa in silenzio, mettendosi di fronte a te. Fissalo negli occhi e lasciati amare da lui. E ti sentirai amato. 

PREGHIERA

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

(Salmo 22)

 

31 Marzo, Martedì
Quinta settimana di quaresima
Disse Gesù: “quando avrete  innalzato il Figlio dell’uomo,  allora conoscerete che Io  Sono” (Gv 8, 28)                      

Nel momento drammatico che precede quelli della crocefissione e morte di Gesù, lo stesso Maestro di Nazareth ci mette nelle condizioni di lasciarci ancora interrogare dall’eterno dilemma: chi sei? Dunque, chi è Gesù per me? Questa domanda, una domanda di fede che mai dobbiamo smettere di ripetere, fatta alla vigilia dell’evento culminante della storia divina, orienta la nostra attenzione al mistero della croce. Gesù, infatti, ci dice che quando lo avremo innalzato, cioè quando lui sarà appeso alla croce, allora comprenderemo chi è veramente, solo allora lo conosceremo e scopriremo la sua vera identità di figlio di Dio. L’evangelista non dice: quando sarà crocifisso, ma quando sarà innalzato. Il momento della crocefissione è il momento sublime della storia di Gesù, è l’atto di gloria più forte che poteva escogitare Dio. È il suo momento di gloria. Ciò che per il popolo poteva significare la croce, con la sua accezione fortemente e solamente negativa, ossia una condanna infame, per Dio è, invece, l’atto di amore più forte di sempre. Per conoscere Gesù, dobbiamo avvicinarci sempre più alla Croce: non c’è conoscenza del Figlio senza la Croce. La Croce ci educa ad alzare lo sguardo. Chi ha detto che la Croce fa abbassare lo sguardo, piegando l’uomo, rendendolo curvo? A l contrario, la Croce ci orienta a guardare sempre più in alto e, l’essere conficcati sulla croce, non è per noi cristiani un atto infame, ma la capacità di essere tirati verso la parte più superiore, la vetta della fede. La Croce ci educa a guadare la vita dalla parte di Dio, che sta sopra e non sotto. 

PREGHIERA

Ho detto: «Di me non godano, contro di me non si vantino quando il mio piede vacilla».
Poiché io sto per cadere e ho sempre dinanzi la mia pena.
Ecco, confesso la mia colpa, sono in ansia per il mio peccato.
I miei nemici sono vivi e forti, troppi mi odiano senza motivo,
mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene.
Non abbandonarmi, Signore, Dio mio, da me non stare lontano;
accorri in mio aiuto, Signore, mia salvezza.

(Salmo 37) 

 

1 Aprile, Mercoledì
Quinta settimana di quaresima
Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi  (Gv 8, 31-32) 

Continuando il discorso della Croce, oggi alla luce della Parola proposta, possiamo affermare che solo la Croce di Gesù ci rende liberi. La Croce ci mette a nudo, ci fa essere noi stessi, ci espone a presentarci così come siamo. Chi è crocifisso è se stesso. La Croce, dunque, ci rende liberi, ci rende noi stessi, ci educa alla verità e alla libertà. Sì, perché la Croce ti fa fare un salto di qualità, ti fa lasciare le cose della terra, e ti impone di alzare lo sguardo. Per questo, la Croce ci rende liberi e veri. Le cose della terra ci imprigionano, ci rendono schiavi, ci ingabbiamo. Ecco perché Gesù ci chiede di restare nella sua parola, cioè di accogliere la sua proposta e di fare del vangelo il nostro stile di vita. È il vangelo delle Croce, il vangelo dell’amore. Bisogna imparare a lasciarci inchiodare sula parola d’amore di Gesù. La nostra Croce è la parola del Signore e, la croce d Gesù, è la sua parola d’amore per ciascuno di noi. 

PREGHIERA

Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,  guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia,
sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza.
Il Signore compie cose giuste,  difende i diritti di tutti gli oppressi.
(Salmo 102) 

Ore 20.45 nelle case CORONA PRAYER – Rosario insieme

 

2 Aprile, Giovedì
Quinta settimana di quaresima
Chi credi di essere?  (Gv 8,53) 

Il dibattito tra Gesù e i Giudei si fa sempre più aspro: ciò che ancora non va giù ai Giudei è la nuova visione del volto di Dio e del Messia; erano troppo imprigionati e irrigiditi nella loro “visione teologica”, per cui Dio è e resta l’Onnipotente, l’Assoluto, l’Intoccabile, l’Inguardabile, l’Impronunciabile. Gesù viene a rivelare il volto vero del Padre, che, per mezzo del Figlio, non è più Assoluto irraggiungibile, l’Onnipotente intoccabile, l’Eterno distante, il Nome (“Io Sono”) impronunciabile. Al contrario Dio desidera lasciarsi toccare dall’uomo, stabilire una relazione filiale, accorciare le distanze, rendere il suo nome pronunciabile, qualificandosi come Padre, lasciarsi raggiungere dai bisogni dell’umanità ferita. Dio è questo, continua a ripetere Gesù ai cuori induriti. In realtà, a quei Giudei stava bene pensare Dio come l’Assoluto irraggiungibile, non fosse altro che per tenerlo a debita distanza dai propri affari poco trasparenti, perché Dio non s’impicci nello loro cose troppo personali, sapendo che quando interviene scombina letteralmente i progetti umani. A quei Giudei piace cullarsi nell’inamovibilità della coscienza, mentre, a Dio piace la dinamica della mobilità, del movimento per poter andare incontro all’uomo e raggiungerlo. L’invito per noi oggi è lasciarsi raggiungere da questo Dio onnipotente, ma desideroso di condividere il nostro percorso esistenziale. Spesso, abbiamo la presunzione di avere fede, di viverla adeguatamente, ma senza lasciarci sconvolgere e coinvolgere dal progetto divino, che non scombina semplicemente i piani, ma li orienta sulle strade del bene. 

PREGHIERA

Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?

Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

(Salmo 26)

 

3 Aprile, Venerdì
Quinta settimana di quaresima
Raccolsero delle pietre per lapidare Gesù.    (Gv. 10,31) 

Il cerchio comincia seriamente a stringersi intorno alla figura di Gesù: si sta trovando ogni modo e mezzo per “farlo fuori”. I capi d’accusa rivolti verso lui non hanno un fondamento.
Come verso la donna adultera,quella che Gesù ha riabilitato con la misericordia di Dio, ora qui benpensanti dei Giudei, tengono tra le mani, strette in un pugno, le pietre da lanciare contro Gesù. Quelle pietre più che essere sassi raccolti da terra, sono macigni che appesantiscono il cuore dell’uomo. Sono macigni del pregiudizio, dell’incoerenza, dell’infedeltà, dell’ipocrisia, della diffidenza, dell’ingiustizia, dell’ottusità, del rigidismo morale. In realtà, quei Giudei sono l’icona dell’uomo religioso che vivono sotto il dominio tenebroso proprio del pregiudizio (per cui si fa fatica ad accettare la novità del Vangelo), dell’incoerenza (diciamo di avere fede, ma non viviamo secondo la sua proposta), dell’infedeltà (pur essendo cristiani, magari vivendo pure una vita impegnata nella comunità, facciamo ben altro), dell’ipocrisia (fingiamo di essere cristiani, perché nel cuore coltiviamo sentimenti cattivi verso gli altri), della diffidenza (siamo credenti, ma non abbiamo fiducia in Dio e nel prossimo), dell’ingiustizia (giusto verso se stessi, ma ingiusti verso gli altri), dell’ottusità (per cui facciamo fatica ad entrare nella logica paradossale del Vangelo), del rigidismo morale ( quando accusiamo il prossimo senza pietà e senza giudizio oggettivo).
Sono queste le pietre che teniamo spesso strette nel pugno della nostra coscienza, pronti a lanciarle verso gli altri e verso Dio stesso. Oggi siamo chiamati a gettare per terra queste pietre, a liberarci dal loro inutile peso, per recuperare la libertà di spirito, senza avere paura di gettare il nostro sguardo oltre quella visuale imposta dai paraocchi della nostra testardaggine. 

PREGHIERA

Mi circondavano flutti di morte,  mi travolgevano torrenti infernali;
già mi avvolgevano i lacci degli inferi,  già mi stringevano agguati mortali.
Nell'angoscia invocai il Signore, nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce, a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido.

(Salmo 17)

Ore 20.45 nelle case CORONA PRAYER – Rosario insieme 

 

4 Aprile, Sabato
Quinta settimana di quaresima
Che cosa facciamo?  (Gv 11,47) 

“Che cosa facciamo?”, è la domanda di chi accusa Gesù. Questa domanda è indice dello “scombussolamento” che ha portato il Maestro di Nazareth nella coscienza personale, sociale e religiosa, per cui, pur di difendere i propri interessi (“Verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”), è bene farlo fuori, liberarci da ciò che mette in discussione tutto un determinato sistema omologato. In realtà, Gesù è venuto per scombussolare la nostra coscienza, spesso intiepidita.

Il cristiano è colui che non di da pace. Il non darsi pace in senso cristiano, non è sintomo di incostanza, quanto, al contrario, di dinamismo interiore, che genera una fede creativa, movimentata, protesa, sa guardare avanti, mettersi in discussione, lasciasi interrogare dalla vita propria e altrui, non resta indifferente dinanzi ai movimenti della stessa vita, sa accogliere ogni giorno la Parola del Signore, chiede continuamente di cambiare, fa entrare il suo messaggio, recepirlo in maniere sempre nuova e rinnovata.

La pace di Dio è una pace dinamica, che ti mette di fronte al cambiamento: non c’è fede senza cambiamento interiore, senza capacità propositiva del cammino, senza una revisione costante, se non quotidiana, del cammino che si sta facendo.

Ci avviciniamo all’evento più scombussolante della fede e della storia, quello della crocifissione di Gesù. Tra qualche ora entreremo nella Settimana Santa, quella cruciale, quella paradossale. Entriamo con questo spirito, non abbiamo paura di lasciarci scompigliare dalla logica eversiva della Croce, lasciamoci, invece, coinvolgere dal suo messaggio per farlo letteralmente nostro, senza che il tempio e la roccaforte della nostra coscienza vengano distrutte dal messaggio della Croce, del Crocifisso. 

PREGHIERA

Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, innalzo l'anima mia.
Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca.
Porgi l'orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce della mia supplica.
Nel giorno dell'angoscia alzo a te il mio grido e tu mi esaudirai.
Fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c'è nulla che uguagli le tue opere.      (Salmo 85)


 

23 Marzo, Lunedì
Quarta settimana di quaresima
“Va’, tuo figlio vive” Quell’uomo credette alla parola di Gesù e si mise in cammino (Gv 4,50) 

Fiducia. Possiamo individuare questa parola chiave per la meditazione odierna. La fede si fonda principalmente sulla fiducia, una fiducia che si esprime non certamente con la garanzia della presenza del Signore, ma sulla garanzia della sua parola. La parola del Signore è già presenza; se comprendessimo questo principio architettonico, la nostra fede si farebbe più matura. Quando Gesù rimanda indietro il funzionario, assicurandogli il suo “intervento”, quindi dandogli la parola che il figlio avrebbe riacquistato il dono della vita, quell’uomo non obietta, si rimette in cammino, fiducioso nella parola data da Gesù. Quel notabile del re, insieme a tutta la sua famiglia, non ha creduto per essere riuscito a portare personalmente Gesù a casa sua perché toccasse il figlio ormai moribondo, ma per la parola data. Gesù è uno di parola, ma è, soprattutto, la Parola. Ci facciamo caso, quando durante l’Eucaristia, il sacerdote ci presenta “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”? Come rispondiamo dall’assemblea? “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato.” “Dì soltanto una parola”. È un immenso atto di fede che noi esprimiamo in quel momento. L’evangelista precisa che fiducioso della parola di Gesù, il funzionario si mise in cammino. La Parola non solo sostiene i nostri passi, ma li orienta nella giusta direzione, dà un nuovo impulso e una nuova forza al nostro peregrinare quotidiano, immette nella giusta corsia. Fidarci della parola di Dio, è questo l’esercizio che vorremo attivare oggi, per imparare a percepire una presenza, quella di Dio, non fatta di mille e assordanti parole, ma di una sola parola, ma un di una sola parola vitale, creativa. 

PREGHIERA

Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno;
a te la mia lode senza fine.
Sono parso a molti quasi un prodigio: eri tu il mio rifugio sicuro.
Della tua lode è piena la mia bocca, della tua gloria, tutto il giorno.

Salmo 70 

24 Marzo, Martedì
Quarta settimana di quaresima
Vuoi guarire? (Gv 5,6) 

Gesù è diretto al tempio di Gerusalemme ma qualcuno cattura la sua attenzione: è un povero paralitico che non ha nessuno che lo aiuti, che si prenda cura di lui, che gli mostri un po’ attenzione e gli trasmetta un po’ di calore affettivo. Quell’uomo è vittima dell’indifferenza, eppure, è alle porte del grande tempio di Gerusalemme, un luogo di preghiera, ma tutti son troppo impegnati e presi dalla preghiera e dall’importanza della festa, dimenticando il calore del cuore: entrano nel tempio con un cuore raffreddato. Il Maestro di Nazareth guarisce il paralitico dall’indifferenza della gente, dall’isolamento affettivo, dal perbenismo religioso. L’atteggiamento di Gesù oggi ci sprona ad una seria riflessione. Quante volte incontriamo qualcuno dietro la porta della nostre chiese, mentre con la mano tesa chiedono l’elemosina. Come ci comportiamo? Non ci chiedono soltanto qualche spicciolo di troppo che ingombrano le nostre tasche, ma ci chiedono di parlare, si aspettano con piacere un nostro saluto, magari si aspettano che chiediamo: “Come stai? Come ti chiami? Di cosa hai realmente bisogno? Da dove vieni?” il primo gesto d’amore è l’attenzione, il calore umano, la vicinanza, uno sguardo rassicurante, un saluto, una stretta di mano. Se i poveri stanno fuori la porta della chiesa, non devono restare fuori il portone del nostro cuore. 

PREGHIERA

Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce.

Salmo 33 

25 Marzo, Mercoledì
Quarta settimana di quaresima
Solennità dell’annunciazione del signore alla donna di Nazareth 
Rallegrati, piena di grazia:  il signore è con te(Lc 1,28) 

La fede di Maria è attiva, generativa, dialogante, fatto di discernimento alla luce di una Parola che cerca sempre più di interiorizzare. Maria genera Gesù perché ha fede: è la fede che fa generare il cristiano. La generazione di una nuova creatura avviene se c’è una relazione d’amore, un dialogo, un rapporto di intimità profonda. La fede è il frutto di un rapporto costante e dialogico con Dio. Ecco perché Maria dirà: “Avvenga di me secondo la tua parola”. Maria si ascia fecondare dalla profondità della Parola. La festa dell’Annunciazione si sposa perfettamente con il lungo tempo quaresimale. Infatti, la Quaresima ci abilita a riscoprire una preghiera che è frutto della Parola di Dio (“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”). Non si può pretendere di avere fede procurandosela da soli, ma soltanto attingendo dalla Parola di Dio, che orienta,illumina, guida, genera. Il cristiano deve ogni giorno attingere dalla Parola del Signore, ogni giorno deve trovare il tempo di riservare qualche minuto di dialogo con Dio, mettendosi in ascolto della Parola contenuta nella Sacra Scrittura. Solo se vivremo questo rapporto intimo di amore con la Parola, la nostra fede sarà robusta, costruttiva, generativa, fondata. Altrimenti, ad ogni piccola tempesta, vacilliamo come niente. 

Al mattino sarà portato per le vie del paese il quadro della Madonna della Costa

Alla sera il parroco celebrerà la Santa Messa alle 19 al Santuario con l’atto di affidamento alla Vergine 

26 Marzo, Giovedì
Quarta settimana di quaresima
Gesù disse ai Giudei: “se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che  dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera”   (Gv 5, 31-34) 

La testimonianza è la parola d’ordine per la riflessione di oggi. Non c’è fede senza testimonianza. Anzi, la testimonianza è la prova del nove della fede, perché la concretizza, la rende visibile, la traduce nella realtà della vita. La vita di Gesù è la testimonianza vera e concreta della presenza di Dio ma Gesù associa il termine “testimonianza” alla Scrittura, ovvero alla Parola. Dunque, la Parola di Dio, contenuta nelle Sacre Scritture, è la testimonianza concreta della sua presenza. Spesso noi pensiamo di dover cercare Dio in chissà quali prodigi artificiosi, senza accorgerci che è accanto a noi nella Parola. È necessario ricordare che dobbiamo imparare di più a familiarizzare con la Parola di Dio, che ci porta, gradualmente, a scoprire il vero volto di Dio. Familiarizzare con la Parola, vuol dire per noi, conoscere Dio, familiarizzare con Lui, stabilire, di volta in volta, di giorno in giorno, un contatto sempre più intimo con lui, percepirlo Padre. Dio non è nei miracoli, non è nelle visioni mistiche, non è nell’astrazione dei nostri concetti, ma è nella sua Parola. Non è mai abbastanza, allora, chiedersi quale tipo di rapporto abbiamo con la Parola: quante volte ci accostiamo alle Scritture? Quanto impegno ci mettiamo per approfondire la Parola di Dio? Quanto tempo dedichiamo ogni giorno all’ascolto orate della Parola? Che posto occupa nella vita di ciascuno di noi la Parola del Signore? 

PREGHIERA

Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Custodendo le tue parole.
Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti.
Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato.
Benedetto sei tu, Signore; mostrami il tuo volere.                            

Salmo 55 

27 Marzo, Venerdì
Quarta settimana di quaresima
Nessuno riuscì a mettergli  le mani su di lui (Gb 7, 30) 

Se oggi nessuno riesce a mettergli le mani addosso, perché sfugge, tra non molto assisteremo alla tragica scena dei soldati che lo arresteranno, lo spoglieranno e lo crocifiggeranno. Mettere le mani su Gesù, per catturarlo, farlo rientrare nei nostri schemi, tirarlo per la tunica, perché assecondi i nostri capricci, imprigionarlo nei nostri ragionamenti “terra terra”, incastrarlo nelle nostre logiche meschine e ambigue. Ma Gesù ci sfugge, non si lascia catturare dalle nostre logiche, non si fa prendere e trascinare dai nostri ragionamenti, non si immischia negli affari inutili e di complotto, non ci sta al gioco della complicità pur di stare dalla nostra parte. Ci sfugge. Lui si lascia prendere solo per amore. Gesù si immischia solo per amore e nella libertà. Per questo, si lascerà inchiodare sul legno della croce. Quando si consegnerà ai soldati lo farà di sua spontanea volontà, sapendo di dover raggiungere la vetta della croce per fare un “salto d’amore” e raggiungerci nella nostra debolezza. Solo allora si farà prendere. 

PREGHIERA

Io t'invoco, mio Dio: dammi risposta;
porgi l'orecchio, ascolta la mia voce, mostrami i prodigi del tuo amore:
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra.
Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all'ombra delle tue ali,
di fronte agli empi che mi opprimono, ai nemici che mi accerchiano.
Essi hanno chiuso il loro cuore, le loro bocche parlano con arroganza.

Salmo 16 

28 Marzo, Sabato
Quarta settimana di quaresima
Tra la gente nacque un dissenso Riguardo a Gesù (Gv 7, 43) 

Il dibattito si fa serio e coinvolgente: tutti parlano di Gesù, i notabili si radunano per capire come fare per fermarlo, la gente è divisa, c’è chi lo segue echi lo calunnia facendo la spia. Intorno alla persona di Gesù si crea un dissenso generale: ciò che Gesù dice non può essere accettato perché parla di un Dio troppo vicino all’uomo. Gesù si allontana, preferisce stare con i suoi discepoli in luoghi di pace e di silenzio. I ragionamenti dei Giudei non gli appartengono e, se proprio deve lasciarsi catturare, deve essere una sua scelta, perché il tutto non deve essere dettato dal bisogno di farlo fuori per le sue teorie su Dio, quanto di lasciarsi inchiodare sulla croce per un bisogno d’amore. Questo atteggiamento di mitezza e di libertà interiore, ci fa venire in mente la testimonianza di tanti missionari martiri: questi uomini e donne che hanno donato la vita per il Vangelo, seguendo le orme della mitezza e della oblatività espressa da Gesù. Charles de Foucauld, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Oscar Arnulfo Romero, Michal Tomaszek, Zbigniew Strzalkowski, Pino Puglisi, Peppe Diana, Andrea Santoro, Helena Kmie, suor Leonella Sgorbati…soltanto per fare dei nomi tra i più contemporanei. “Non esiste l’amore a puntate, l’amore a porzioni. L’amore è totale e quando si ama, si ama fino all’estremo”, ripete Papa Francesco. Gesù ci insegna l’arte della mitezza: solo la mitezza conduce a saper donare la propria vita per lui, per la causa del Vangelo, di un Vangelo che parla di un Dio che è Padre, di un Padre che ama, di un amore che non conosce confini umani, di un’umanità redenta. Avere il coraggio di essere cristiani, di proclamare la paternità dell’Onnipotente, senza la paura di essere incompresi. Se la nostra testimonianza di fede è vera e audace, anche a costo del “martirio bianco”, quello quotidiano, noi stiamo soltanto amando, stiamo donando tutta la nostra vita. Non può esistere una fede senza vita donata. Come hanno saputo fare i tanti martiri. 

PREGHIERA 

ALLA MADONNA DELLA COSTA 

O Madre di Gesù e Madre nostra, Maria,
Tu hai scelto anche la terra di Cavenago
per manifestare
– col prodigio in favore di un’umile fanciulla e  con i doni celesti elargiti lungo i secoli –
la tua premurosa tenerezza
verso le sofferenze umane.
Con il tuo dolce sguardo,
dalla cara immagine,
incoraggi chi t’invoca:
ti prego, ottienimi anzitutto un fervido amore
per il tuo Figlio divino
e costante volontà di vivere
secondo il suo Vangelo;
poi impetrami la grazia che ora fiducioso ti domando… 

(si affida alla Vergine la grazia che sta’ a cuore)


 

16 Marzo, Lunedì  
Terza settimana di quaresima
Gesù, passando in mezzo a loro,  si mise in cammino (Lc 4,30) 

Niente e nessuno è capace di fermare il cammino di Gesù. Da qualche altra parte del Vangelo apprendiamo che il Maestro di Nazareth era risoluto nel suo cammino. Ero deciso a proseguire sulla via che lo avrebbe condotto all'apice della montagna della crocifissione.  In tutti modi si tenta di fermare Gesù, quasi per intimidirlo e farlo desistere dal suo percorso.  Lo si vuole persuadere con ragionamenti umani, con logiche ristrette. Ma lui è capace di passare in mezzo a questi ragionamenti, di andare oltre, di non lasciarsi fermare dalla loro finitezza. Vogliono fermare Gesù, impedirgli di raggiungere la vetta della santa montagna dell'amore. Quante volte, anche noi, cerchiamo di impedire il cammino di Gesù, costringendolo quasi ad accettare le nostre logiche, spesso meschine, di parte, egoistiche. La fede non è tirarsi Gesù dalla propria parte, non è immischiarlo nei nostri ragionamenti, non è convincerlo ad accettare e ad consentire ai nostri sistemi matematici. La fede è essere al attirati dall'amore di Dio. Non è, dunque tirare, ma essere attirati, essere coinvolti, lasciarsi affascinare. La fede si nutre di fascino, del fascino del Signore. Smettiamola, allora, di tirarci Dio dalla parte dei nostri ragionamenti, e lasciamoci attirare dal suo amore senza se e senza ma.

Compi una piccola rinuncia

PREGHIERA

Venite, applaudiamo al signore,  acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie,  a lui acclamiamo con canti di gioia.

Poiché grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei.

Nella sua mano sono gli abissi della terra,  sono sue le vette dei monti.

Suo è il mare, egli l'ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra.

Venite, prostrati adoriamo,  in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.

Egli è il nostro Dio, e noi  il popolo del suo pascolo,  il gregge che egli custodisce

Salmo 99  

17 Marzo, Martedì
Terza settimana di quaresima 

Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?  Sino a sette volte?  (Mt 18,21)

Dalla misericordia di Dio alla misericordia del fratello. È questo il passaggio che Gesù ci aiuta a compiere con il racconto evangelico odierno: non si può pretendere di ricevere gratuitamente il perdono di Dio, senza nostra volta concederlo al nostro prossimo. Se non saremo mai in grado di concedere il perdono ai fratelli che ce lo chiedono, verso cui c'è stato qualche normale screzio, allora non riusciremo mai a percepire la grazia del perdono di Dio. Anzi, il perdono di Dio potremmo averlo e avvertirlo se saremo capaci di offrirlo agli altri: ogni volta che si perdona ad un fratello si riceve il perdono di Dio, si fa l'esperienza della misericordia del Padre. Certamente, il perdono da concedere al fratello non condiziona il perdono che è sempre gratuito e volontario che Dio concede a noi.

Nel perdono, però, il perdono del padre sarà più efficace, lo percepiremo in modo più consistente. L'atto del perdono da parte di Dio non può lasciarci indifferenti di fronte al perdono da concedere al prossimo. Ciò che noi sperimentiamo con il Sacramento della riconciliazione, -un Sacramento meraviglioso, unico, bellissimo- deve trovare nella logica conseguenza dell'abbraccio verso il prossimo la sua maturazione, i suoi frutti, la sua concreta traduzione. Diversamente, avremo ricevuto il perdono sì, ma senza effetti desiderati. Educhiamoci a vivere maggiormente il Sacramento della confessione, perché dal momento in cui faremo frequentemente esperienza dell'abbraccio misericordioso di Dio, a furia di sentirci abbracciati, non riusciremo a non contagiare gli altri con lo stesso braccio e di perdono e di amore. 

PREGHIERA

Se consideri le colpe, Signore,  Signore, chi potrà sussistere?

Ma presso di te è il perdono:  e avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore,  l'anima mia spero nella sua parola.

L'anima mia attende il Signore  più che le sentinelle l'aurora

Salmo 129 

18 Marzo, Mercoledì
Terza settimana di quaresima
Non sono venuto ad abolire,  ma a dare pieno compimento  (Mt 5,17)

Solo Gesù, con la sua Parola, può dare compimento alla tua vita; solo lui, cioè, puoi dare senso e pienezza la tua esistenza. Per questo, oggi ci chiediamo: cosa è o chi è che da veramente senso alla mia vita? Cosa o chi rende felice la mia vita? Con tutto ciò che ho mi sento realmente felice e realizzato? Cosa o chi mi mancherebbe perché fossi davvero  felice ogni giorno? Cosa vuol dire, allora, Gesù quando afferma che è venuto per dare compimento alla Legge e ai profeti? Vuol dire proprio questo: è lui che dà senso a tutta la Legge e a tutta la tradizione dei profeti. È lui che da complimento e valore a tutta la tradizione passata. Ancora, dunque, non una vita nostra  di fede senza Gesù, è Lui che può dare senso alla nostra fede; d'altronde siamo cristiani, cioè Cristo al centro della nostra fede. Scontato ciò che stiamo dicendo? Non mi sembra. Spesso mettiamo noi stessi al centro della nostra fede, e troppo impregnata dei nostri eroismi, dimentichiamo che la forza viene da Dio. Ma la fede deve essere "cristica", deve attingere e mettere al centro il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Ecco perché spesso ci sentiamo vuoti, incompleti, scontenti, delusi, siamo sofferenti, depressi. Perché non abbiamo messo Cristo al centro. Siamo rimasti legati alla semplice tradizione. La fede non è una ritualità, ma è vita d'amore. E solo l'amore, ossia Gesù Cristo, può dare compimento e pienezza alla nostra esistenza, alla nostra fede; solo lui può rendermi felice e dare senso a tutto ciò che faccio e vivo, a ciò che sono; solo lui può farmi sentire realizzato, perché mi propone una vita intrisa di speranze e di amore.

PREGHIERA

Ascolta, Signore, la mia voce.  Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.

Di te ha detto il mio cuore: "Cercate il suo volto";  il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,  non respingere con ira il tuo servo.

Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,  non abbandonarmi, Dio della mia salvezza

Salmo 26 

19 Marzo, Giovedì – solennità di San Giuseppe
Terza settimana di quaresima
Giuseppe, figlio di Davide,  non temere di prendere con te Maria, tua sposa(...)
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore. (Mt 1, 20-24) 

Oggi, nel bel mezzo del cammino quaresimale, la liturgia ci offre la gioia di guardare l'esempio di San Giuseppe. È bello, che proprio in pieno tempo quaresimale, noi guardiamo a chi può stimolarci maggiormente in un cammino di fede che tende alla maturità. Giuseppe di Nazareth è l'icona del cristiano che vive una vita protesa, del credente che si lascia lavorare dallo Spirito Santo, del battezzato che adempie la sua vocazione con fedeltà e nel silenzio di una vita impegnata all'obbedienza attiva verso Dio. Non è stato facile il cammino di fede di San Giuseppe. Giuseppe è uno che avuto la testa sulle spalle e i piedi per terra. Ma il cuore immerso nell'infinito di Dio. Proprio perché ha avuto la testa sulle spalle e i piedi per terra, lo sposo di Maria ha avuto qualche attimo di titubanza circa il progetto di Dio: è come se avesse avuto la tentazione di desistere, di rifiutare, di non sottoscrivere quel progetto. Ma proprio perché il suo cuore era immerso nell'infinito di Dio, Giuseppe ha saputo fare discernimento: alla fine, ha fatto spazio a Dio e alla sua volontà prendendo con sé Maria. Ecco, Giuseppe ci insegna a saper fare discernimento, a saper scegliere bene, a saper soppesare in modo equilibrato tra i nostri progetti e il progetto di Dio. Il falegname di Nazareth ci dice che non è facile accettare subito il volere del Padre, ma ci dice anche, che se lo accetti, la tua vita è condotta da lui, non hai nulla da temere, sei in mani sicure.

Una preghiera per il tuo papà, una visita in chiesa davanti alla statua di San Giuseppe 

PREGHIERA

Ho sperato: ho sperato nel Signore  ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido.

Mi ha tratto dalla fossa della morte,  dal fango della palude;

i miei piedi ha stabilito sulla roccia,  ha reso sicuri i miei passi.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,  lode al nostro Dio.

Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore.

Beato l'uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi

Salmo 39 

20 Marzo, Venerdì
Terza settimana di quaresima – GIORNO DI MAGRO
Qual è il primo di tutti i comandamenti?  (Mc 12,28)

La proposta evangelica non è mai a senso unico, unidirezionale. La fede cristiana non contempla i paraocchi spirituali, anzi, non li concepisce: si cadrebbe nel tranello di una rigidità religiosa che porterebbe all'estremismo, fondamentalismo, all'unilateralismo. Spieghiamoci meglio: la parola di Dio, la Legge, contempla due binari che conducono alla stessa meta: l'amore per Dio e quello per il prossimo. Non è affatto possibile dire di amare il Signore senza amare il prossimo, come non è altrettanto possibile amare il prossimo senza orientare l'amore per Dio. L'amore, o è amore totale, oppure non è per nulla amore. L'amore per Dio, che mai chiude all'intimismo o allo spiritualismo, porta naturalmente ad avere una visione universale, tanto da sentirsi spinti all'amore verso tutti. Spesso, anche nell'esperienza dell'amore umano (quale coniugale, tra amici, tra parenti, e via dicendo) si cade nella trappola tremenda di un amore esclusivo; è da questo genere di amore che sgorgano gelosia, possessione, rapporti burrascosi, litigi. Nella fedeltà all'amore, bisogna aprirsi agli altri. Una coppia cristiana, per esempio, può rafforzare la sua fedeltà coniugale, quando è capace di aprirsi al prossimo, soprattutto gli ammalati, i poveri, i bisognosi. Due "amici per la pelle" possono volersi davvero bene, quando sono capaci di vivere il loro legame nello spirito del servizio condiviso verso il prossimo più bisognoso. Tra i parenti si può vivere un vero rapporto di amore quando si è capaci di venirsi incontro gli uni verso gli altri. Dio ci chiede di esprimergli amore fedele nel servizio amorevole verso il prossimo.

PREGHIERA

Il Rosario (Corona Prayer) in famiglia alle 20.45 

21 Marzo, Sabato
Terza settimana di quaresima
Chiunque si esalta sarà umiliato, invece chi si umilia sarà esaltato  (Lc 18,14) 

Si prega così come si vive. Ma si vive come si prega. La preghiera è lo specchio di se stessi, del proprio modo di vivere: se si vive egoisticamente, è chiaro che la preghiera, per quanto uno sia zelante, è una preghiera incentrata su di sé e non su Dio e, lo stesso essere zelante, non è altro che un modo per rassicurarsi, per chiudersi nel proprio guscio, nel proprio intimismo. Spesso si prega per stare bene, per trovare garanzie, con la presunzione di trovare un rifugio per la propria vita. Ma rischio è restare delusi e poi abbandonare tutto. La preghiera non è un rifugio per nessuno. Anzi, la preghiera devi metterti di fronte a te stesso, alle tue fragilità, alle tue miserie e porti mille interrogativi che stimolano la tua ricerca, il tuo approfondimento di Dio, la tua sequela dietro Gesù. Preghiera non è, dunque, il posto delle risposte ma delle domande. Semplicità, ascolto, umiltà, riconoscenza, sono gli ingredienti per fare della preghiera il luogo dell'incontro, della trascendenza, del dialogo. Oggi ci chiederemo: come prego? Come vivo il tempo della preghiera? Perché prego? Sono capace di vivere una preghiera trascendentale, ovvero che mi fa uscire da me stesso per incontrare Dio? Sono capace di vivere di interrogarmi durante il tempo della preghiera? Riesco a vivere lo spirito dell'umiltà e della semplicità mentre prego? 

Compi un gesto di carità verso qualcuno

PREGHIERA 

Giunga il mio grido fino a te, Signore,  fammi comprendere secondo la tua parola.

Venga il tuo volto la mia supplica,  salvami secondo la tua promessa.

Scaturisca dalle mie labbra la tua lode,  poiché mi insegni i tuoi voleri.

La mia lingua canti le tue parole,  perché sono giusti tutti i tuoi comandamenti.

Mi venga in aiuto la tua mano,  poiché ho scelto i tuoi precetti.

Desidero la tua salvezza, Signore,  e la tua legge tutta la mia gioia.

Posso io vivere e darti lode,  mi aiutino i tuoi giudizi.

Salmo 118